Emilio Grasso, professeur de missiologie, évoque la figure missionnaire de Baba Simon qui s'inscrit si bien dans la logique de Evangelii Nuntiandi. Contemplatif en action, dont la foi en l'homme toute centrée sur Jésus-Christ est le ferment d'une libération intégrale. Cet article en italien est la reprise un peu augmentée de l'article paru en français dans Eglise et Mission en 1997.

 

 

BABA SIMON

NUOVO VOLTO DELLA MISSIONE IN AFRICA

Emilio Grasso

 

in AD GENTES

n° 6 (2002)2, pp. 279-284

 

Nel capitolo conclusivo dell'esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II "Ecclesia in Africa" è messa in luce la chiamata per tutta la Chiesa alla santità e alla missione[1].

"I Padri sinodali - sottolinea Giovanni Paolo II - hanno riconosciuto la chiamata che Dio rivolge all'Africa perché svolga a pieno titolo, su scala mondiale, il suo ruolo nel piano di salvezza del genere umano"[2].

Riprendendo un suo precedente discorso, Giovanni Paolo II ricorda che 'l'obbligo per la Chiesa in Africa di essere missionaria nel proprio seno e di evangelizzare il continente implica la collaborazione tra Chiese particolari nel contesto di ogni paese africano e in quello delle diverse nazioni del continente o anche di altri continenei"[3].

Sul tema in questione vanno richiamati altri due testi: "Ogni missionario è autenticamente tale solo se si impegna nella via della santità. Ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione. La rinnovata spinta verso la missione ad gentes esige missionari santi. Non basta rinnovare i metodi pastorali, né organizzare e coordinare meglio le forze ecclesiali, né esplorare con maggiore acutezza le basi bibliche e teologiche della fede: occorre suscitare un nuovo 'ardore di santità' fra i missionari e in tutta la comunità cristiana"[4].

"La Chiesa in Africa non cerca vantaggi per se stessa. La solidarietà che essa esprime 'tende a superare se stessa, a rivestire le dimensioni specificamente cristiane della gratuità totale, del perdono e della riconciliazione'. La Chiesa cerca di contribuire alla conversione dell'umanità, portandola ad aprirsi al piano salvifico di Dio mediante la testimonianza evangelica, accompagnata dall'attività caritativa a servizio dei poveri e degli ultimi. E quando compie questo, non perde mai di vista il primato del trascendente e di quelle realtà spirituali che costituiscono le primizie dell'eterna salvezza dell'uomo"[5].

 

LA VOCAZIONE MISSIONARIA DI SIMON MPECKE

 

All'interno di quel circolo ermeneutico tra santità e missione, è interessante conoscere la figura di Baba Simon[6]. Colui che fu chiamato "padre dei Kirdi" ci dona un'intelligenza dei testi dell'Ecclesia in Africa e ci offre un'esegesi vivente che la sola speculazione intellettuale non permette.

L'interesse per la figura di Baba Simon è duplice: da una parte, egli appartiene a quel gruppo di otto camerunesi che per primi ricevettero l'ordinazione sacerdotale[7]. Dall'altra, può essere considerato come il primo sacerdote missionario camerunese, il primo che, sulle orme di Abramo, lascia la sua terra, la sua famiglia, la sua cultura, la sua Chiesa locale per andare verso una terra lontana dove diventerà padre di un popolo[8].

Il Camerun viene considerato come una vera "Africa in miniatura" per molte ragioni: per la varietà del suo paesaggio, le differenze climatiche, il gran numero di lingue parlate e il moltiplicarsi di etnie; per il contrapporsi di origini, di culture, di tradizioni, di esperienze religiose; per le diverse stratificazioni sociali; per le differenti condizioni di sviluppo economico e le istituzioni socio-politiche. Questo dato è importante perché evidenzia l'autentico carattere esodiale della partenza di Baba Simon dalla parte sud alla parte nord del Camerun. Senza la conoscenza dello spazio ove la storia si svolge non si capirebbe bene il viaggio profondamente missionario di Baba Simon.

Simon Mpecke nasce nel 1906 a Log Batombé, un villaggio nella fitta foresta del sud-Camerun. Terminati gli studi primari nella scuola della missione cattolica di Edea, Simon Mpecke, dopo alcuni anni di lavoro come maestro, entra nel 1924 in seminario. L'8 dicembre 1935 viene ordinato sacerdote insieme ad altri sette seminaristi.

Vicario in diverse missioni cattoliche, raggiunge successivamente la missione di New-Bell a Douala. Nei primi anni del suo ministero l'abbé Simon Mpecke lascia una particolare impronta tra le novizie del nuovo Istituto "Soeurs Servantes de Maria de Douala". La sua "parola d'oro e convincente metteva in comune la sua esperienza di Dio, incoraggiandole a perseverare con una sua particolare pedagogia"[9].

Nominato parroco, vi fonda praticamente la missione. Nel 1947, casualmente, l'abbé Simon Mpecke legge un articolo dove apprende l'esistenza di popolazioni pagane nel nord-Camerun.

Tra sud e nord-Camerun esiste una profonda differenza. Tra l'altro il sud, a maggioranza Bantu, era in grandissima parte passato al cristianesimo, mentre il nord, abitato da popolazioni di origine sudanese, era diventato un feudo dell'Islam[10].

Le popolazioni della montagna, rimaste legate alle religioni tradizionali, venivano chiamate con intento dispregiativo Kirdi, "pagani", dai conquistatori Foulbé, musulmani.

La lettura di quell'articolo fu l'evento che segnò la vita di Simon Mpecke. Da allora, secondo la sua stessa testimonianza, nasce una grande simpatia per queste popolazioni.

Egli insiste ripetutamente con il vescovo di Douala per partire, ma l'accordo non c'è. Sembra che manchino le condizioni per questa partenza, considerata imprudente.

L'abbé Simon continua a insistere. La sua perseveranza trova finalmente accoglienza nella persona del nuovo vescovo di Douala, mons. Thomas Mongo: "Tu domandi sempre di andare al nord-Camerun - gli dice finalmente mons. Mongo - Io non ti permetto di andarci, amico mio. Sono io che t'invio. Se laggiù ti domandano perché tu sei venuto, tu dirai che è mons. Mongo che ti ha inviato, perché io penso che il nostro cristianesimo in Camerun non sarà solido fino a quando non poggerà su due piedi: il nord e il sud. Per me è una missione che io comincio"[11]. Inviato dal suo vescovo, l'abbé Mpecke parte.

Nel febbraio 1959 l'abbé Simon inizia la sua missione al nord a Mayo-Ouldémé, ove è presente una fraternità di Piccoli Fratelli.

A Douala l'abbé Simon era rimasto colpito dalla spiritualità e dal modo di lavorare dei Piccoli Fratelli di Gesù, dalla loro maniera di entrare in contatto diretto e profondo con gli abitanti del quartiere. Per un certo periodo egli stesso pensa di entrare a vivere nella loro fraternità.

Successivamente, su richiesta di mons. Plumey, l'abbé Simon raggiunge Tokombéré ove già si è installato il dottor Joseph Maggi per fondare un ospedale.

 

 

L'ABBÉ MPECKE DIVENTA BABA SIMON

 

A Tokombéré l'abbé Simon diventerà Baba Simon e fonderà nel 1961 la missione.

Christian Aurenche, prete e medico francese che ha lavorato nell'ospedale di Tokombéré, racconta questo episodio: "Quando con l'équipe di TF1 noi girammo il film Le Lieu du combat sui problemi della sanità a Tokombéré, il regista mi diceva che non si comprendeva la loro lingua, ma quando la gente stava per dire qualcosa di molto importante si sentiva sempre ripetere 'Baba, Baba Simon'"[12]. Baba significa papà, patriarca, saggio, guida, un nome inventato per indicare l'intimità del rapporto, uscito dalla cultura dei popoli del Sahara. E tutti, uomini e donne, adulti e bambini, Kirdi e musulmani, tutti lo chiamavano spontaneamente Baba.

A Tokombéré l'abbé Simon divenne Baba Simon, poiché in lui si adempi la promessa di Dio ad Abramo e il suo esodo, la sua missione, permise la nascita di un popolo.

Jean-Baptiste Baskouda, che diventerà in seguito Segretario di Stato nel governo camerunese, così sintetizzerà la paternità di Baba Simon: "Ci ha reso fieri d'essere Kirdi. Grazie a lui noi siamo riconosciuti cosi come siamo, con il nostro passato. Egli ci ha dato la possibilità d'avere un avvenire"[13]. Possiamo dire che Baba Simon ha avuto fede nell'uomo. E questa sua fede era un tutt'uno con la sua fede in Dio.

La fede di Baba Simon ha il suo centro in Gesù Cristo. "Per me - affermava Baba Simon - Gesù Cristo è tutto. Gesù Cristo è la vita, è l'incarnazione dell'umanità. L'incarnazione è Dio che sposa la natura umana. Gesù Cristo è il culmine della creazione... In lui è l'umanità intera che si è incamata"[14].

Questa centralità di Gesù Cristo permette, quindi, di dire che Baba Simon non ha portato ai Kirdi una religione, un'ideologia, un qualsiasi sistema di valori. Amava ripetere: "Sono venuto a portar loro un Amico. Al di qua e al di là della religione, vi è innanzitutto un messaggio di fedeltà: Emanuele, Dio con noi. Gesù Cristo, la manifestazione sublime della fedeltà di Dio per l'uomo"[15].

Cosi testimonia un operatore sanitario di un villaggio di Tokombéré: "Baba Simon vedeva in ciascuno di noi il volto di Dio. Per lui noi eravamo delle incarnazioni della divinità. Al di là delle nostre tribù, delle nostre lingue, delle nostre razze e delle nostre religioni, egli vedeva in noi dei figli di Dio"[16]. Questa visione proviene indubbiamente dall'esercizio della fede.

La fede, infatti, nella sua accezione teologica è l'inizio della visione. Essa trovà in lui il suo sviluppo e il suo dispiegarsi nella preghiera come continuo dialogo con Dio e nella carità come dialogo nella profondità delle radici dell'uomo.

Le testimonianze su Baba Simon, uomo di preghiera, sono concordi. La preghiera era la sua vita e la vita era una preghiera. Fedele al breviario, alla recita del rosario, alla lettura spirituale, alla Messa quotidiana. La sua spiritualità, legata al Padre de Foucauld (Baba Simon era membro della fraternità sacerdotale Jesus-Caritas), si manifestava particolarmente nella fedeltà all'adorazione nottuma del Santissimo Sacramento. La sua preghiera iniziava sempre nel silenzio e nella concentrazione. Era questo il tempo dell'ascolto. Era la preparazione all'incontro con Dio.

V'era poi il tempo del dialogo. Dio poneva le questioni e Baba Simon rispondeva. Era il tempo dell'esame di coscienza, del cuore che si apriva, dello scambio fecondo: la vita di Baba Simon entrava in Dio con tutto il carico che egli portava e la vita di Dio entrava nel cuore del fedele amico con tutta la sua grazia, la sua pace, la sua gioia.

V'era poi il tempo della Lode, il tempo del canto alla vita.

Si è scritto che la preghiera era la maniera d'essere di Baba Simon. Difatti non appare nel padre dei Kirdi una preghiera in qualche modo separata dalla vita.

Quando partiva per le sue lunghe tournée in foresta e sui massicci rocciosi, sempre a piedi nudi e con la sottana bianca, Baba Simon portava con sé unicamente il breviario, la corona del rosario, l'altare portatile. L' intensa e profonda relazione con Dio vissuta da Baba Simon era in lui inseparabile dall'amore al popolo. Una sola passione animava Baba Simon: dare Gesù Cristo ai Kirdi. In un'intervista televisiva cosi si esprime: "Io vorrei che tutti fossero corne Gesù Cristo, che tutti vedessero Dio corne Gesù lo vedeva. E che tutti vedessero tutti gli uomini come Gesù li vedeva"[17].

Imparando a conoscere i Kirdi, a stimarli e ad amarli, egli intendeva vivere di Gesù Cristo tra di loro, con la speranza che si sarebbero abituati al suo messaggio e che un giorno, forse, l'avrebbero accettato. L'amore a Gesù Cristo e l'amore ai Kirdi sospingono l'abbé Simon sulla strada di una conversione apostolica. Egli scopre innanzitutto che deve diventare lui stesso un Kirdi, un Kirdi che vive il Vangelo. Egli deve abbandonare la sua lunga esperienza pastorale e ritornare giovane a più di cinquanta anni. Deve abbandonare la sua mentalità di uomo del Sud ed evitare di esportare metodi e organizzazioni sperimentati in altri territori. Questo lo porta, innanzitutto, a vivere una dimensione di povertà personale.

Si racconta che un ladro, scovato nella camera di Baba Simon nascosto sotto il letto, dichiarasse: "Se volete rubare, non andate nella camera di Baba Simon. Lì non v'è proprio niente. Non ho mai visto un "bianco" cosi povero"[18].

Povertà, però, in Baba Simon non voleva dire miseria. E quando si confondeva la sua semplicità con la miseria si risentiva: "La miseria è nemica di Dio, affermava. Il Vangelo vuole il progresso dell'uomo, migliorare le sue condizioni di vita. Lavorare per Dio in mezzo agli uomini vuol dire testimoniare della sua ricchezza inesauribile"[19].

Poggiato sulla certezza che l'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, Baba Simon pensò che fosse urgente dare ai Kirdi gli strumenti per liberarsi da ogni schiavitù. Liberare i Kirdi delle montagne voleva dire insegnare loro a uscire dalle proprie miserie e accedere alla vita cristiana.

A lui competeva dare gli strumenti e chiamare. "Il resto - diceva -, ciò che è principale, e cioè la conversione, appartiene a Dio. Il nostro ruolo si riduce a quello di seminatore. Dobbiamo lavorare senza preoccuparci del risultato; il battesimo dipende da una decisione personale, per la quale ognuno si impegna sul cammino di una vita nuova. Il fine rimane Dio, il fine non siamo noi. E Dio si incontra nella libertà"[20].

 

GLI STRUMENTI DELLA LIBERAZIONE

 

Per lungo tempo il governo coloniale aveva provato a far scendere i Kirdi dalle montagne e a scolarizzare la popolazione, ma tutti gli sforzi incontrarono sempre una tenace opposizione. L'uomo delle montagne resistette a ogni tentativo, che era visto come un'aggressione culturale ché non teneva conto dell'identità del popolo.

Anche Baba Simon insistette sull'importanza della scuola. Egli capì però, dopo i primi fallimenti, che si trattava di conquistare innanzitutto la fiducia dei Kirdi. Questa è possibile nella conoscenza reciproca, nella presenza continua in mezzo al popolo, laddove esso vive, soffre, ama, lavora, prega. Da qui nacque quella che fu chiamata "la scuola sotto l'albero". Una scuola sotto gli occhi di tutti, nel cuore della vita dei Kirdi.

Anni dopo, Jean-Marc Ela, prete Bulu che sulle orme di Baba Simon era partito dal Sud per andare a lavorare accanto a lui, parlerà di "teologia sotto l'albero". Una teologia elaborata non più nella sicurezza delle biblioteche e nella comodità degli uffici climatizzati, ma nel fraterno gomito a gomito con coloro che cercano di prendere in mano la responsabilità del proprio avvenire[21].

Lo stesso Jean-Marc Ela, ritotnando sull'esperienza di Tokombéré, scriverà: "Bisognava che attraverso forme di alfabetizzazione miranti a dare coscienza, noi mettessimo la gente in condizione di difendersi. Per me, v'è teologia della liberazione ogni qual volta un braccio si leva in alto, una voce cerca di dire cio che non va, quando ci si sottrae alla paura, quando si affrontano situazioni d'oppressione. Questa teologia ha fatto nascere nella gente una nuova coscienza, una certa fierezza d'essere sé stessi. I Kirdi, questi uomini delle montagne rocciose, si sono sentiti come riabilitati a partire dal Vangelo che ricevevano come un messaggio di speranza"[22]

"Voi sapete... - diceva Baba Simon - la scuola è tutta la vita. Essa è una chiave passe-partout messa a vostra disposizione. Una volta che io vi ho donato la mia chiave, io non sono più là per dirvi: passa per di qui, passa per di là. Guai a me se volessi influenzarvi, perché in questo caso vol aprireste necessariamente un' altra porta"[23].

In un tempo in cui la missione si muoveva in quella logica che sarà chiamata "pastorale della dipendenza", Baba Simon chiama ognuno a riscoprire la propria dignità e responsabilità di uomo e a prendere nelle proprie mani il senso della propria storia. Questo principio è alla base anche delle celebrazioni liturgiche, così al centro dell'interesse di molti missionari nel periodo conciliare e post-conciliare. In proposito Grégoire Cador, che per conto del vescovo di Maroua-Mokolo mons. Stevens ha raccolto la documentazione necessaria all'apertura del processo di beatificazione[24], apporta questa importante annotazione: "Baba Simon non aveva dimenticato, nonostante le novità scoperte che l'avevano toccato in profondità, la formazione dei benedettini svizzero-tedeschi ricevuta in Seminario. Molto classico nella sua maniera di fare, egli non amava molto le innovazioni, che preferiva riservare alle generazioni future. Egli diceva: 'quando la gente di qui avrà i suoi preti, allora potrà tradurre autenticamente i propri gesti nella liturgia cristiana. Se lo facessi io, sarebbe una contraffazione"[25]

Pur non elaborando tesi teoriche sui processi di inculturazione, ci sembra estremamente importante la prassi missionaria che adotta Baba Simon. Accanto alla scuola, la pastorale medico-sanitaria assumerà un rilievo centrale. Christian Aurenche ha descritto questo tipo di pastorale in cui la lotta alla malattia diventa un momento di presa di coscienza e di responsabilità di ogni uomo, di tutto l'uomo, di ogni villaggio.

La lotta contro le condizioni che producono malattia e morte si salda con la lotta contro il peccato che impedisce all'uomo d'essere responsabile di sé e del suo ambiente.

Sempre al centro del suo annuncio v'è Gesù Cristo. "Gesù Cristo - diceva Baba Simon - è l'acqua pulita. Dio non ha creato l'acqua sporca. È l'uomo che l'ha lasciata sporcare. Il lavoro per la salvezza dell'uomo consiste nel renderla pura. Quando essa sarà di nuovo pura, allora l'uomo si ritroverà in migliori condizioni di salute e sarà cosi maggiormente a immagine di Dio"[26].

Ma questo non sarà possibile, constateranno Baba Simon e l'équipe pastorale che lavorerà con lui, senza la conoscenza e il saper entrare dentro la cultura e la religione del popolo[27].

Senza dubbio Baba Simon nel contatto con i Kirdi scopre, in maniera atematica e per intuizione d'amore, la necessità di un processo d'inculturazione del Vangelo e come esso non possa essere ridotto a ideologia o religione.

Il Vangelo è Gesù Cristo ed è in forza del suo carattere non ideologico che può parlare a tutti gli uomini, anche ai Kirdi delle montagne, perché il suo è il linguaggio dell'uomo, linguaggio di un amore che nella persona di Baba Simon si fa comprensibile. Baba Simon mori il 13 agosto 1975 a Edea, dopo un soggiorno sanitario in Francia, lontano da Tokombéré, senza aver potuto rivedere i suoi Kirdi.

In lui missione e contemplazione si unirono nello stesso atto.

Richiamando la formula che coniò Nadal, primo biografo di s. Ignazio, poi ripresa da Giovanni Paolo II nellaRedemptoris Missio[28], si può senz' altro affermare che Baba Simon fu un vero "contemplativo in azione". Si ritrova tutto il senso della sua vita nelle sue stesse parole: "Vorrei che tutti vedessero Gesù Cristo, che tutti vedessero Dio come io lo vedo, che tutti vedessero gli uomini come io li vedo"[29].

Pochi mesi prima di morire scriveva queste note: "Tutto ciè che mi circonda respira Dio. Tutto l'universo è un focolare di vita. Per mettersi in presenza di Dio, non bisogna immaginarseLo in altro luogo se non in noi, dove Egli è, nella nostra azione dove Egli agisce, nel nostro prossimo ove Egli vive. Una volta morto il nostro corpo sarà sepolto nella terra di Dio, dove si decomporrà in Dio e si sveglierà nell'Oceano della Vita eterna... Credere è prendere coscienza della Vita... in Dio!"[30].

L'affermazione di Giovanni Paolo II che "Cristo stesso, nelle membra del suo corpo, è africano"[31] trova in Baba Simon un complemento esegetico, un luogo teologico che rende possibile una comprensione, un'intelligenza e una crescita del testo che la sola lettura d'altri testi non permetterebbe.



[1] Cf. EA 127-139.

[2] Ivi 128.

[3] Ivi 130.

[4] Ivi 136.

[5] Ivi 139.

[6] Attingiamo tutti i dati concernenti la vita di Baba Simon da: J.-B. BASKOUDA, Baba Simon. Le Père des Kirdis, Éd. du Cerf, Paris 1988. L'autore fu uno dei primi allievi di Baba Simone anche colui in cui furono riposte le più grandi speranze.

[7] Cf. J. CRIAUD, La geste des Spiritains. Histoire de l'Église au Cameroun 1916-1990, Publications du Centenaire, Yaoundé 1990, p. 157.

[8] Per la precisione, accanto a Baba Simon va anche considerato p. Alexis Antangana, missionario degli Oblati di Maria Immacolata, cf.. E. MVENG, Histoire du Cameroun, CEPER, Yaoundé 1985, p. 231.

 

[9] Cf. J. CRIAUD, La geste des Spiritains..., cit., pp. 192-193.

[10] Sull'evangelizzazione nel nord-Camerun, cf. Y PLUMEY, Mission Tchad-Cameroun. L'annonce de l'évangile au Nord-Cameroun et au Mayo Kebbi 1946-1986, Éd. Oblates, s.l. 1990. In particolare alle pp. 326-335 si parla della missione di Baba Simon.

[11] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., pp. 32-33.

 

 

[12] Cf. C. AURENCHE, Sous l'arbre sacré. Prêtre et médecin au Nord-Cameroun, Éd. du Cerf, Paris 1987, p. 111.

[13] "C. AURENCHE, Sous l'arbre..., cit., p. 115.

[14] Cf. J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., pp. 38-39.

[15] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 39.

[16] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 54.

 

[17] G. CADOR, On l'appelait Baba Simon, Presses de l'UCAC-Éd. Terre Africaine, Yaoundé 2000, p. 156.

[18] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 136. A1 Nord, gli uomini del Sud sono tutti considerati dei bianchi.

[19] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 56.

[20] Cf. J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 58.

 

[21] Cf. J.M. ELA, Ma foi d'africain, Karthala, Paris 1985, p. 216. Sull'esperienza da lui vissuta a Tokombéré, cf. J.-M. ELA, El caminar de la misión. Reflexión sobre la experiencia de Tokombéré (Camerún), in «Misiones Extranjeras» 70-71 (1982), pp. 409-413.

[22] Cf. Y. ASSOGBA, Jean-Marc Ela. Le sociologue et théologien africain en boubou. Entretiens, L'Harmattan, Paris-Montréal 1999, p. 61.

[23] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 44.

[24] Cf. G.M. CADOR, Mpeke, Simone, in Bibliotheca Sanctorum, II appendice, Città Nuova, Roma 2000, pp. 995-998.

[25] Cf. G. CADOR, On l'appelait..., cit., pp. 162-163.

[26] C. AURENCHE, Sous l'arbre..., cit., p. 113.

[27] Cf. C. AURENCHE, Tokombéré, au pays des Grands Prêtres. Religions africaines et Évangile peuvent-ils inventer l'avenir? In collaborazione con H. VULLIEZ, Éd..de l'Atelier-Éd. Ouvrières, Paris 1996.

[28] Cf. RM 91; cf. G. THILS, Nature et spiritualité du clergé diocésain, Desclée de Brouwer, Bruges 1946, pp. 286-294.

[29] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 38. Se si confrontano queste parole con quelle riportate alla nota 17, si osserva il processo mistico di identificazione di Baba Simon col Cristo in una logica paolina (cf. 1 Cor 11,1; Gal 2,20).

[30] J.B. BASKOUDA, Baba Simon..., cit., p. 117.

[31] EA 127.